Mobbing: possibile una tutela penale attraverso il delitto di maltrattamenti in famiglia?



Due recenti sentenze, entrambe della Sesta Sezione penale della Corte di Cassazione offrono l’opportunità di affrontare il tema del conflittuale rapporto tra il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi e le condotte di mobbing. Si tratta delle pronunce Cass. Sez. VI, nr. 45077/15 dep. 10 novembre 2015 e Cass. Sez. VI, nr. 40320/15 dep. 7 ottobre 2015 le quali hanno contribuito a delineare, seppur con esiti opposti, la rilevanza penale del mobbing.

Secondo la più recente giurisprudenza elaborata dalle sezioni civili della Suprema Corte il mobbing sussiste tutte le volte in cui ci si trovi in presenza di 7 parametri tassativi (Cfr. Cass. Sez. Lavoro nr. 10037/15):

Ambiente Durata e Frequenza: Le condotte vessatorie devono avvenire sul luogo di lavoro, devono estendersi per un congruo periodo di tempo e devono essere non episodiche ma plurime e reiterate.

Ostilità: deve trattarsi di attacchi alla facoltà di comunicare, isolamento sistematico, cambiamenti delle mansioni lavorative, attacchi alla reputazione, violenze o minacce.

Dislivello tra gli antagonisti: chi lamenta il danno deve trovarsi in una posizione di subordinazione.

Andamento per fasi successive con progressivo aggravamento delle condotte.

Intento persecutorio vale a dire la volontà preordinata da parte del soggetto agente di vessare il sottoposto.

La sentenza 40320/15.

La Corte di Cassazione è chiamata a pronunciarsi sul ricorso di un cardiochirurgo, vittima di presunte condotte vessatorie da parte del responsabile dell’Unità Operativa nel quale era inserito, il quale impugnava la sentenza di proscioglimento ex art. 425 c.p.p.

Il ricorrente lamentava che, dopo aver sollevato alcuni dubbi sulla fondatezza dei dati scientifici contenuti in uno studio condotto dal suo responsabile, era stato esautorato, e nonostante l’anzianità di servizio maturata, gli venivano preferiti colleghi più giovani tanto che lo stesso aveva visto ridursi sensibilmente gli interventi chirurgici realizzati.

In punto di diritto, la sussumibilità della condotta in esame entro i confini del delitto di cui all’art. 572 c.p. passa necessariamente dalla verifica della sussistenza del requisito della para-familiarità del contesto lavorativo in cui le condotte prevaricatrici vengono poste in essere.

Com’è noto il reato in parola punisce chiunque maltratta una persona della famiglia, convivente o comunque sottoposta alla propria autorità (…) per l’esercizio di una professione. La Corte, inserendosi nel solco di un giurisprudenza di Legittimità già esistente, ha confermato la possibilità di configurare il delitto in esame anche nei rapporti professionali fra sovraordinato e subordinato purché in un contesto assimilabile a quello familiare. Caratteristiche del requisito di para-familiarità sarebbero la prossimità permanente fra i soggetti per abitudini di vita, l’affidamento la fiducia e le aspettative del sottoposto e relazioni informali ecc.

Nella sentenza in commento, inoltre, la Cassazione precisa che tale tipo di rapporto non è escluso dal fatto che la relazione professionale sia instaurata tra professionisti altamente qualificati. Peraltro, nemmeno l’ampiezza del contesto lavorativo è di per sé dirimente: è ben possibile infatti che, all’interno di una struttura di grandi dimensioni, il rapporto para-familiare si instauri all’interno di un singolo reparto con la conseguenza che condotte prevaricatrici da parte del sovraordinato possono integrare il reato di cui all’art. 572 c.p. Di qui, l’annullamento con rinvio della sentenza di non luogo a procedere affinché il Gip rivaluti la questione.

La sentenza 45077/15.

In questo, caso, di contro, la Corte di Cassazione veniva adita dalla parte civile (un addetto all’ufficio postale) la quale impugnava la sentenza di assoluzione in Appello, pronunciata in un procedimento per asseriti maltrattamenti sul luogo di lavoro.

Tralasciando la declaratoria di inammissibilità comminata in ragione di un ricorso basato su motivi di merito, ciò che qui interessa e colpisce è quanto affermato dalla Corte, seppur a livello di obiter dictum. Dopo aver passato in rassegna la già abbondante giurisprudenza in materia, la medesima Sesta Sezione si arresta e lancia un monito: “… va, infatti, precisato che la figura di reato di cui all’art. 572 c.p. non costituisce tutela penale del cd. mobbing lavorativo, il quale, ove dante luogo a condotte autonomamente punibili (ingiurie, diffamazione, minacce, percosse, lesioni personali, violenza privata, sequestro di persona, etc.), trova nelle corrispondenti figure di reato il relativo presidio”.

A soli pochi mesi da una pronuncia degna di nota sia per l’approfondito iter logico argomentativo sia per le aperture di cui si è dato conto, pertanto, siamo di fronte ad una brusca frenata ad opera della stessa sezione. Ma ciò che più colpisce, a ben vedere, è che mentre fino al deposito della sentenza 40320/15 si poteva validamente confidare nella tutela penale (a determinate condizioni) per i casi di mobbing, all’indomani della sentenza 45077/15 tali flebili certezze vacillano, e solo le future pronunce diranno se si siano state gettate le basi per un mutamento giurisprudenziale.

Avv. Alberto Bernardi

Studio Legale Maisano

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Scarica le sentenze:

Cass. Sez. VI, nr. 40320/15 dep. 7 ottobre 2015


Cass. Sez. VI, nr. 45077/15 dep. 10 novembre 2015


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